In una periferia invasa dai rifiuti, tra bottiglie vuote e un semaforo rotto che lampeggia senza senso, Legno ed Er Cinese aspettano. Aspettano Dio, una risposta, o forse solo un segno che dia un senso al tempo che passa. Liberamente ispirato alle opere di Beckett, “Dio c’è” racconta l’attesa come condizione umana e sociale, sospesa tra ironia e disperazione. Nel loro tempo immobile irrompe Lucky, figura imprevedibile che spezza la stasi e conduce i protagonisti verso una rivelazione finale. Tra dialoghi comici, poesia e visioni allucinate, lo spettacolo indaga il bisogno di trascendenza nell’epoca del consumismo e della dipendenza – affettiva, chimica, spirituale. Un teatro che unisce comicità e dolore, sacro e quotidiano, sogno e sopravvivenza.
NOTE DI REGIA
Nasce come una ricerca drammaturgica sul bisogno di trascendenza nell’epoca del consumo “Dio c’è”, spettacolo scritto e diretto da Danilo Meriano, liberamente ispirato alle opere di Beckett. Un progetto teatrale che indaga l’attesa come condizione umana e sociale, esplorando quello spazio sospeso in cui ironia e disperazione convivono, e dove la speranza continua a resistere, seppur deformata dal tempo e dal disincanto.
In una periferia invasa dai rifiuti, tra bottiglie vuote e un semaforo rotto che lampeggia senza senso, si muovono Legno (Danilo Meriano) ed Er Cinese (Daniele Miglio), due figure ai margini della società. Il loro mondo è immobile, degradato, apparentemente privo di futuro, ma attraversato da una fragile e ostinata umanità. Il paesaggio urbano diventa così metafora di una società bloccata, incapace di scegliere se continuare ad aspettare o finalmente agire.
Nel tempo sospeso dei loro dialoghi – comici, surreali, a tratti di una poesia disarmante – irrompe Lucky (Patrick Pistolesi), figura fluida e imprevedibile che rompe la stasi e accompagna i protagonisti verso una rivelazione insieme grottesca e poetica, fino a un finale tragico che lascia lo spettatore senza appigli consolatori.
Attraverso la scrittura e la scena, “Dio c’è” affronta il tema della dipendenza – chimica, affettiva, spirituale. Un’indagine sulle maschere che indossiamo, sui ruoli sociali che si sgretolano, sulla necessità profonda di credere in qualcosa o qualcuno, anche solo per continuare a sopravvivere.
Nel nostro presente dominato dall’immagine e dall’effimero, la messinscena propone una riflessione viva sul rapporto tra realtà e allucinazione, comicità e disperazione, sacro e quotidiano. La scenografia urbana – un semaforo rotto, l’immondizia, le bottiglie sparse – si trasforma in un altare profanato, un luogo di scarti che diventa spazio di rivelazione e possibilità.
Il linguaggio drammaturgico alterna dialetto, filosofia e poesia, muovendosi in un ritmo sospeso tra realismo e sogno. La musica dal vivo, con arrangiamenti di Erik Martinez e performance live dello stesso Erik Martinez e della cantante Elena Sofia Girardi, accompagna i personaggi come una voce interiore e una memoria collettiva, amplificando confessioni e allucinazioni.
Nel testo sono presenti citazioni e rimandi a Pier Paolo Pasolini, Paulo Coelho e Samuel Beckett, che diventano voci interne dei personaggi, frammenti di una memoria culturale condivisa: poesia e filosofia che si mescolano al linguaggio popolare, in un continuo scambio tra alto e basso, sacro e profano, comico e drammatico.
In “Dio c’è”, la comicità diventa uno strumento di disvelamento: un modo per raccontare la tragedia con leggerezza, per trasformare il dolore in rito teatrale. Ne nasce una drammaturgia viva, in costante dialogo con la realtà e con il pubblico, capace di tenere insieme poesia e crudezza, spiritualità e quotidianità, sogno e sopravvivenza.



